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PAROLE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Premessa

         Mi è piaciuto iniziare questa ricerca sulla semantica della poesia e sul significato delle parole con due poesie e poi ho supportato il lavoro con testi scientifici da me letti ed elaborati personalmente.

 

                                                                                                       I.T.

 

 

 

 

 

 

 

         Osservo i grilli che riposano

e le api che lavorano.

         Ascolto gli uccelli cinguettare

e il rombo di un aeroplano da lontano.

         Fluiscono immagini nella mia mente

come sassi trasportati da un torrente.

         Cosa sono le parole.

         Anime di un tronco.

         Sono vita là dove sei tu.

 

         Quando sgorgano sincere

sono come linfa vitale

dell’albero.

         Frantumano i muri dell’ipocrisìa

e dell’orgoglio.

         Il bene profondo è luce

che rischiara la natura.

         Come un diamante brilla

l’armonia dell’amicizia

e… sono

pennellate impressioniste di gioia

sul quadro della vita. [1]

         Le parole, pronunciate sia come onde sonore dell’aria, sia come scelta di singoli segni e dello stile, sono importanti perché ci fanno comunicare con gli altri ed anche se le leggiamo, restano come “impressioni” dentro di noi. 

         Possiamo arrivare al corpo psichico, spirituale o fisico di una persona.

         Tutto dipende da come ci esprimiamo, dalla “comunicazione”.

         D’altronde come afferma Tullio De Mauro nell’Introduzione alla semantica[2], se le parole non avessero un significato, sarebbero un’emissione di suoni, perché ragionare senza l’ausilio del linguaggio è impossibile e mentre Heidegger, Sartre, Ionesco, Pirandello, Ortega Y Gasset hanno teorizzato o rappresentato che le parole non hanno significato, Arthur Rimbaud nelle Voyelles[3] attribuisce alle vocali la Bedeutung e alle parole il Sinn.

         Nella lingua dei  popoli primitivi, come mostra Lévy-Bruhl[4], il linguaggio dei gesti sta accanto al linguaggio sonoro e gioca un ruolo essenziale.  Il linguaggio non è necessariamente legato a un materiale, lo scimpanzé come nota lo Yerkes può apprendere ad usare le dita, come fanno i sordomuti, cioè apprendere la loro «lingua dei segni».[5]  D’altronde la parola, privata del pensiero, è morta.  Come dice il poeta Tjntčev: “E come le api nell’alveare deserto

un cattivo odore emanano le parole morte”.[6]

         E’ anche vero, a parer mio, che in poesia non possono esserci molte regole e ciò che è un errore dal punto di vista della lingua, se nasce da una natura originale, può avere un valore artistico.[7]

         Il nostro interlocutore deve avere una buona sensibilità e ricettività perché come asseriva Grice non possiamo voler comunicare qualcosa a qualcuno se non pensiamo che costui sia in grado di cogliere il contenuto di quel che intendiamo dirgli.

         Spesso il passaggio diretto dal pensiero alla parola è impossibile, come nei versi della poesia “Silentium” di Tjntčev: «Come il cuore può esprimere se stesso, come l’altro può comprenderti?» e anche nei versi del poeta Afanasij A Fet: «Se senza parole si potesse parlare dell’anima! ».[8]

         La poesia è immediata e perfetta come la matematica e lo sono anche i suoi concetti.

         Rudolf Carnap nell’opera:  Sintassi logica del linguaggio[9] afferma che i concetti “derivabile” e “provabile” sono indefiniti poiché la sintassi pura non è altro che una parte dell’aritmetica e, nell’opera:  La costruzione logica del mondo,[10] Emanuele Severino scrive che la conoscenza costituisce il campo del “comunicabile” perché il comunicabile è ciò che si può esprimere mediante simboli e per ogni parole, sinn, bedeutung, lo Schlick distingue l’Erleben (immediata esperienza vissuta) dall’Erkennen (il conoscere concettuale) ed il meine Erlebnisse (i miei dati vissuti).

         Per Russell una sensazione è legata alla parola, che la esprime, per una associazione che ha per caratteristica l’immediatezza.  Però solo una proposizione, cioè un insieme di parole o anche una che vale per più, fornite in questo modo di significato, avrà intenzionalità nel senso sopra specificato e sarà descrittiva di esperienza.  Russell prosegue portandoci a conoscenza e noi condividiamo, che di una parola non si può dire niente, se questa non diventa prima oggetto, e quindi solo nella prospettiva oggettiva è possibile parlarne.

         Nel: “Tractatus Logico-Philosophicus , Ludwig Wittgenstein” [11] approfondì la destinazione fra significato (Sinn) e designazione (Bedeutung), di un simbolo di Frege.  La designazione (o designato) di un simbolo è ciò che esso rappresenta in un’espressione linguistica.  Il suo significato è il modo come il simbolo presenta il designato.  Ad esempio i simboli «la stella del tramonto» e «la stella dell’alba» presentano in modi diversi uno stesso oggetto, perciò hanno due significati ed un solo designato.  Quindi il rapporto significativo fra termine linguistico ed oggetto assume la prima complicazione, sdoppiandosi in denotazione (denotation) e connotazione (connotation).  Per sé, la denotazione è una significazione diretta di un oggetto da parte di un termine, mentre la connotazione è la significazione aggiuntiva di qualcosa da parte di un termine il quale significa direttamente un oggetto.

Si può anche avere il caso che un simbolo abbia un significato (Sinn), senza avere un designato (Bedeutung).  Ad esempio l’espressione «la serie che meno rapidamente converge» ha significato, ma non designa alcunché, perché per ogni data serie convergente è possibile trovarne un’altra meno rapidamente convergente. Potremmo affermare, quindi, che le proposizioni hanno significato (Sinn) ed i nomi hanno designazione (Bedeutung).  La matematica, come ha asserito B. Russell in “Misticismo e Logica[12], considerata rettamente, possiede non solo la verità, ma la bellezza più alta – una bellezza fredda ed austera come quella della scultura, che non fa appello ad alcuna parte della nostra natura più debole, senza la sensualità della pittura o della musica, anzi pura in modo sublime, e capace di una severa perfezione, quale solo la più grande arte può mostrare -.

Russell annunziò che la logica è l’essenza della filosofia.

Secondo lui l’Universo che è a disposizione di ciascuno di noi, risulta di un’impalcatura logica sussistente sempre identica, costante e pubblica per tutti i soggetti che conoscono, e di un mondo di dati sensibili che sono privati in quanto ciascun soggetto dispone di quelli propri e non di quelli altrui.  Ovviamente l’impalcatura logica è la cosa più importante e quindi costituisce l’oggetto del sapere più eccellente, che è quello della logica e della matematica.  L’impalcatura logica presiede alla costituzione delle cose e di ciò che noi intendiamo quando pensiamo e parliamo, anche se la nostra riflessione può essere ingannata dall’aspetto grammaticale e stilistico che il parlare ordinario può assumere.  Ricordiamo qualche ricostruzione più rilevante di Russell, ad esempio gli asserti di esistenza diventano asserti di verità.  Esistere diventa essere un valore di una variabile in una funzione proposizionale;  quindi “Esistono i cavalli” diventa “X è cavallo”, non dà sempre proposizioni false.

Gli asserti specificativi o qualificativi di individui diventano asserti classificatori.  Ad es. “Socrate è uomo” diventa “Socrate appartiene alla classe degli uomini”  ossia “Socrate ha la relazione uno-molti di appartenenza con i membri della classe degli uomini.

Gli asserti universali affermativi, quelli universali negativi, quelli particolari affermativi e quelli particolari negativi, diventano asserti ipotetici, cioè implicazioni tra funzioni proposizionali:  “Tutti i cani sono mammiferi” diventa “Per tutti gli X è vero che se X è un cane, X è mammifero;  “Nessun cane è volatile diventa “Per tutti gli X è vero che, se X è cane, X non è volatile.  “Alcuni uomini sono longevi” diventa: “Per alcuni X è vero che, se X è uomo, X è longevo”.  “Alcuni uomini non sono longevi” diventa “Non per tutti gli X è vero che se X è uomo, X è longevo”.

Analogamente si ricostruiscono gli asserti universali o particolari, affermativi o negativi, che contengono relazioni a due, tre o più termini; in tali casi vanno introdotte funzioni a due, tre o più variabili.

Gli asserti che contengono espressioni che si presentano come denotative o descrittive, diventano asserti in cui non ci sono più tali espressioni, ad esempio: “Il padre di Carlo II fu decapitato”, diventa “Non è sempre falso di X che X generò Carlo II, che X fu decapitato e che se Y generò Carlo II, Y è identico a X è sempre vero di Y;  «il presente re di Francia è calvo» diventa «Non è sempre falso di X che X è re di Francia, né di Y che è calvo, né che “se X è re di Francia, Y è identico a X” è sempre vero di Y”;  “Il quadrato circolare non esiste” diventa “Non è mai vero che X è quadrato, Y è circolare e X è identico a Y”.

Poi ci sono gli asserti che parlano di se stessi, per es. Epimenide non può dire:  “Tutti i Cretesi mentono sempre”, essendo egli stesso cretese, ma deve dire:  “Tutti i Cretesi mentono alcune volte”, lasciando fuori gioco la sua affermazione, poiché la classe delle classi che non sono membri di se stesse non può rientrare come membro, né nella classe delle classi che sono membri di se stesse, né nella classe delle classi che non sono membri di se stesse (cioè non può rientrare in se stessa), la nozione di classe o insieme non può considerarsi che come un simbolo incompleto e provvisorio, che non esprime vere e proprie strutture logiche oggettive, se non viene integrato nelle teorie dei tipi logici.  La menzione di individualità diventa menzione di identificazione fra i denotati di più simboli nel senso che per una classe un solo membro vuol dire che tutti gli individui che risultino appartenere ad essa, s’identificano tra loro.

Queste ricostruzioni comportano conseguenze di grandissima importanza per la realtà logica.

La prima è che l’essere e l’esistere sono esclusi dal mondo degli oggetti e delle qualità a qualsiasi livello di generalità; cade quindi la possibilità di qualsiasi speculazione sull’essere e le parole “essere” ed “esistere”, private di ogni carattere denotativo possono essere usate solo come simboli logici imperfetti e provvisori, per dire che una funzione proposizionale può diventare una proposizione vera.  Il sistema delle forme logiche di Russell, non era quindi un mondo dell’essere.

La seconda è che le predicazioni non isolano l’individuo, avvolgendolo di qualità e facendone una monade senza porte, né finestre, ma esprimono sempre collegamenti relazionali.

La terza è che gli asserti universali e particolari (da non confondere particolare con individuale) non vertono su individui, né su classi di individui, ma su funzioni proposizionali, quindi esprimono funzioni di funzioni come argomenti e come tali si dicono anche funzioni di verità;  perciò la realtà logica comprende strutture che costituiscono collegamenti tra funzioni, tra cui è fondamentale l’implicazione.  Tali collegamenti vanno intesi come costanti logiche.

La quarta è che nel sistema logico di Russell l’identità fra due termini è definita in termini di funzione proposizionale nel senso che due individui sono identici quando ogni funzione predicativa soddisfatta (cioè che diventa proposizione vera con un dato argomento) dall’uno è soddisfatta anche dall’altro, quindi la stessa identità e diversità degli individui viene determinata dalle relazioni in cui ciascuno compare come termine.

Una quinta conseguenza è che l’impiego di un’espressione che si presenta come descrittiva o denotativa, non comporta che in qualche modo ci sia una realtà ad essa corrispondente, anche se essa è impiegata in un asserto che riteniamo vero.  Ad es.: riteniamo vero l’asserto: “La radice quadrata di quattro è un numero intero”, ma questo non comporta di per sé che ci sia un oggetto corrispondente all’espressione: “La radice quadrata di quattro”, infatti, secondo Russell, quell’asserto va ricostruito in modo che scompaia l’espressione stessa.  Con lo stesso metodo vengono eliminate tutte le altre espressioni descrittive, ad es. “Il centro della terra”, “La vetta dell’Everest”, “Il più grande numero cardinale”.  Come risultato della ricostruzione si hanno proposizioni che hanno come argomenti altre proposizioni, cioè proposizioni complesse, che sono vere o false secondo che si hanno o non si hanno le loro condizioni di verità o falsità.

Russell elimina l’espressione “il circolo quadrato” attraverso la ricostruzione logica degli asserti in cui essa entra, esclude che chi la usa intenda riferirsi ad un oggetto che sia il circolo quadrato.

Ma l’importante è che col procedimento della ricostruzione logica vengono eliminate non solo le realtà fittizie ed assurde, ma anche tutte le realtà che solitamente vengono introdotte attraverso espressioni descrittive, poiché sono espressioni descrittive tutte quelle che cominciano con «Il …», «Colui che …», ecc.  Gli unici oggetti individuali che il mondo logico di Russell ammette, sono quelli denotabili con nomi propri e che sono individuabili come termini di relazioni; così il sistema della totalità delle relazioni è un’impalcatura logica che sostiene la stessa concepibilità degli individui.

Quando Russell espose questo punto di vista in una conferenza del 1911 davanti alla Aristotelian Society, Bergson che era presente, manifestò l’impressione che secondo il Conferenziere «fosse l’esistenza degli individui a dover essere provata e non quella degli universali», quindi delle relazioni.  Poiché Russell pensava che «anche i nomi propri, in genere, sono di fatto delle descrizioni», cioè non sono nomi propri nel senso rigoroso di denotatori di individui, tutti quelli che comunemente vengono intesi come oggetti nominati, essendo di fatto descritti, secondo lui andavano sciolti, attraverso la ricostruzione logica, in tessuti di relazioni aventi come termini punti spaziali di qualità sensibili, cioè di percetti.

Una sesta conseguenza è che la realtà logica è gerarchizzata secondo la teoria dei tipi ed è immune da ogni riflessività; perciò qualunque costrutto linguistico che incorra nella riflessività, non può esprimere un momento della realtà logica e dev’essere considerato privo di senso.

Infine, come settima conseguenza si ha che gli individui in senso rigoroso non sono che punti spaziali di qualità sensibili (sense-data), per cui tutto l’Universo risulta costituito di un’impalcatura logica fatta di relazioni, e di dati sensibili che sono termini di tali relazioni.  La conoscenza scientifica consiste nel cogliere tale impalcatura come supporto dell’esperienza quotidiana di ciascuno.

George Santayana che conobbe il sistema logico di Russell, non esitò a dire che la matematica per Russell aveva un valore simile a quello della religione e quindi lo considerò studioso di essenze eterne, rilevando il suo orientamento platonico.

Questa perfezione tecnica permise a Russell di capovolgere improvvisamente tutta la sua visione del mondo in base agli sconvolgimenti che si verificarono dopo il 1913 e che colpirono l’umanità profondamente abbandonata al proprio illimitato arbitrio perché il divino veniva ormai sentito come presenza problematica o assenza tragica.

Le certezze di Russell, dopo la presa di coscienza, crollarono ed egli non trovò più appagamento nella logica, ma tutto svanì come un sogno di gioventù.

La crisi del platonismo del Russell era di carattere critico-concettuale e di genere socio-politico ed emozionale.  Fra le ragioni di carattere critico-concettuale troviamo l’impatto con la personalità del giovane Wittgenstein che proveniva da studi di ingegneria ed estraneo al platonismo di Russell e l’orientamento formalistico che gli studi di logica stavano prendendo sul Continente e poi le terribili esperienze legate alla sua partecipazione al dramma politico della guerra.  Quindi il pensiero logico di Russell subì delle trasformazioni e la forma logica divenne forma linguistica.  Il linguaggio, a cui Russell aveva prestato sempre un’attenzione secondaria divenne forma linguistica cioè regola per il funzionamento del simbolismo linguistico.  Già Peirce aveva impostato la ricerca logica in stretto ed esplicito rapporto con la semiotica.  In Russell il linguaggio diveniva supporto della logica in senso diretto.  Egli era convinto che il linguaggio comune è logicamente imperfetto e c’è bisogno di un linguaggio logicamente perfetto come quello dei Principia Mathematica, ma non spiega in cosa differisce il linguaggio perfetto da quello imperfetto.

L’abbandono del platonismo ed il rovesciamento di esso nel progetto del linguaggio perfetto si concretizzarono in Russell in una riproposta dell’empirismo che fornisse garanzie definitive al sapere ed a tutto ciò che poggia su di esso.

Russell, per evitare ogni tipo di realismo platonico ed aderire alla concretezza, dichiarò che per fatto intendeva «ciò che rende una proposizione vera o falsa».  Ogni fatto costituito da una relazione insieme ai suoi termini è un fatto atomico.  I termini sono gli individui (particulars) che costituiscono la realtà e le relazioni ormai non sono che modi di rapportarsi degli individui fra loro.  Ogni proposizione che esprime un fatto atomico, è una proposizione atomica e risulta una funzione proposizionale che rappresenta la relazione e nomi propri in posizione di argomenti che rappresentano gli individui legati da quella relazione.  Logicamente gli individui sono del tutto indipendenti l’uno dall’altro, quindi la funzione che li assume come argomenti non poggia su nessuna dipendenza dell’uno dall’altro;  questo comporta che i fatti in cui gli individui entrano, dal punto di vista logico, semplicemente esistono o non esistono e non si ha mai che qualcuno debba essere;  di conseguenza le proposizioni atomiche, in quanto sono rappresentative di fatti, semplicemente sono vere o false, senza che mai qualcuna di esse debba essere l’uno o l’altro;  così nella logica non entrano né la necessità, né l’impossibilità.  Le proposizioni molecolari invece non esprimono nessun fatto ma semplicemente valori di verità delle proposizioni atomiche presenti in esse.

Nel Tractatus logico-philosophicus, Wittgenstein affermava che una proposizione è uno stato di cose esistente, cioé un fatto che, nella disposizione dei suoi elementi, che sono nomi, rispecchia la disposizione degli oggetti costitutiva di un altro stato di cose.

La corrispondenza strutturale della proposizione con lo stato di cose rispecchiato costituisce il suo senso (Sinn), mentre la corrispondenza dei singoli nomi presenti in una proposizione con i singoli oggetti (o cose) presenti nello stato di cose in essa proiettato costituisce la denotazione (Bedeutung) dei nomi stessi.

Quindi i nomi hanno denotazione, mentre le proposizioni hanno senso.  Se lo stato di cose proiettato nella proposizione esiste, la proposizione è vera; se è solo possibile, la proposizione è falsa.  Questa convinzione sarà scardinata più tardi da Austin che affermerà che gli enunciati performativi non sono né veri, né falsi.[13]

Le ultime proposizioni del Tractatus e gli altri documenti che possediamo sullo sviluppo ulteriore del pensiero di Wittgenstein mostrano che egli, proprio quando dava gli ultimi ritocchi alla sua concezione rigorosa della costituzione logica del linguaggio come rappresentazione puramente rispecchiativa della realtà, sentiva che tale rigore, pur potendo giovare alla scienza, non risolveva i problemi esistenziali dell’uomo.

Wittgenstein distinse la proposizione che rispecchia uno stato di cose dalla proposizione che verte su altre proposizioni.  Le proposizioni non elementari sono dette anche funzioni di verità.  Ovviamente una proposizione non elementare può contenere non solo proposizioni elementari, ma anche proposizioni non elementari.  Il linguaggio, insieme all’aspetto logico, possiede un aspetto semantico.  A Cambridge Russell aveva rifiutato il monismo di Bradley e si era pronunciato a favore del pluralismo ed era stato affiancato da George Edward Moore, del quale era e restò amico.

L’importanza che questo pensatore ha avuto nell’evoluzione della riflessione filosofica dalla ricerca della forma del discorso a quella del significato di ciò che si dice, sta nel fatto che egli introdusse in filosofia l’impiego sistematico dell’analisi di ciò  che si dice.  Questa concezione sarà poi ripresa da Austin[14] e la concezione del linguaggio inteso come descrizione del mondo passerà alla concezione del linguaggio inteso come azione e soprattutto come analisi di ciò che diciamo, quando e perché e che cosa in realtà intendiamo dire.

         I concetti di “causa” e di “effetto” hanno un significato solamente all’interno del mondo della percezione.

         Le leggi causali della fisica infatti non esprimono una dipendenza tra processi, bensì una dipendenza tra uno stato e un certo valore limite rispetto all’attribuzione, ad esempio, delle grandezze come afferma Rudolf Carnap ne: “La costruzione logica del mondo”[15] e quindi nella scienza, causalità significa soltanto dipendenza funzionale esistente in senso rigoroso non nel mondo della percezione, ma solo nel mondo fisico.

         Il fenomeno della fede, sia religiosa, sia di altro tipo e, dell’intuizione, hanno una parte importante non solo per la vita pratica, ma anche per la conoscenza.  E sempre lo stesso autore nella medesima opera per fede ed anche per intuizione, ci fa intendere il ritenere per vero qualcosa di esprimibile e sia la fede che la metafisica intuitiva, hanno bisogno delle parole per l’espressione, anche se non c’è valore concettuale nella metafisica intuitiva perché non si tratta di una scienza razionale poiché ogni conoscenza contenutistica e cioè non puramente formale risale all’esperienza.

         Il compito del conoscere è, nella vita, un compito importante, ma non possiamo essere così miopi da avere la fiducia che le esigenze della vita possano venir soddisfatte con il semplice aiuto della forza del pensiero concettuale.

         Come ha affermato Wittgenstein[16]: «Se una risposta non può essere espressa, non se ne può esprimere nemmeno il problema.  L’enigma non esiste.  Se, in generale, un problema può essere posto, allora può anche essere risolto…

Ed è chiaro per noi che anche qualora fossero risolti tutti i possibili problemi scientifici, le nostre domande vitali resterebbero come prima».  A questo punto non rimane più nessun problema e quindi la risposta potrebbe essere questa.

Ci appare chiaro che i limiti del linguaggio sono i limiti del mondo.

E sempre per citare Wittgenstein[17]: “Ciò che in generale può essere detto, si lascia dire chiaramente; ciò di cui non si può parlare (con assoluto rigore logico e semantico), si deve tacere”.

In un sistema di costituzione la purezza concettuale della costruzione delle definizioni concatenate deve essere salvaguardata al massimo mediante l’impiego di un simbolismo.

D’altronde i segni sono come le increspature che si creano sulla superficie del mare a contatto con l’aria.

La psicologia (soprattutto la psicologia della forma o Gestalt psychologie) ci insegna che la percezione globale o olistica viene sperimentata prima delle singole sensazioni “componenti” e che queste sono portate a coscienza solo mediante un successivo processo di astrazione.  In modo analogo le cose stanno a proposito delle parole.

Come asseriva Herder le lingue, a chi le sa interrogare, disserrano le testimonianze più antiche ed autentiche sul modo d’essere e di sentire dei popoli.

Ferdinand de Saussure parte dal punto che il singolo atto espressivo è irripetibile e lo chiama naturalmente in francese “parole”.

Nel Corso di Linguistica generale[18] egli dice che la lingua è un sistema di segni esprimenti delle idee ed è confrontabile, pur essendo il più importante di tali sistemi, con la scrittura, l’alfabeto dei sordomuti, i riti simbolici, le forme di cortesia, i segnali militari.  Quindi, per de Saussure, è una scienza che studia la vita dei segni nel quadro della vita sociale e la linguistica può avere un posto tra le scienze se la mettiamo in rapporto con la semiologia.

La lingua, afferma de Saussure, è come una sinfonìa che esiste di per sé ed indipendente dal modo in cui la si esegue.

La “parole” è un po’ come il punto in un’immagine fotografica.

Potremmo paragonare l’immagine a un discorso e stupendo è anche il paragone saussuriano di come la pianta è modificata all’interno del suo organismo da fattori esterni, clima, terreno, ecc., così l’organismo grammaticale dipende costantemente dai fattori esterni del mutamento linguistico ed ancora più chiaro il paragone degli scacchi caro anche a Wittgenstein:  il fatto che il gioco sia passato dalla Persia in Europa è d’ordine esterno, ed è interno, al contrario, tutto ciò che concerne il sistema e le regole.  Se sostituiamo dei pezzi in legno con dei pezzi in avorio, il cambiamento è indifferente per il sistema, ma se diminuisce o aumenta il numero dei pezzi, questo cambiamento investe profondamente la “grammatica” del gioco, afferma de Saussure.

La nostra mente ci suggerisce anche di paragonare la “parole” a un’opera d’arte.  Racchiude tutto.

Il fruitore poi spiegherà che cosa elabora al suo cospetto.  Intanto gusta le sensazioni.  Intravede il discorso che potrà sviluppare.

Le parole sono come raggi di luce di cui è pieno l’universo e nello stesso tempo questa luce invade e pervade l’aria[19] e poi ne trabocca e la parola o è veggente o si avvicina a quello di cui realmente si è riempita e la natura della parola è proprio quella di manifestare ciò che è nascosto ed arriva là, dove l’immagine non può.

D’altronde, il parlare è un atto assolutamente unico perché partecipe dell’eterno e del divino ed è allo stesso tempo, spesso lontano dalla verità.  Le parole stesse della Bibbia: all’inizio era il Verbo e il Verbo era Dio sembrano codificare la sacralità della parola ed è pur vero che in filosofia, negare l’esistenza, è il preludio a una spiegazione.  Affermare l’esistenza è più spesso un rifiuto a fornirne una.

Per Vygotskij le parole hanno una parte centrale non soltanto nello sviluppo del pensiero, ma anche in quello storico della intera consapevolezza.  Piaget e Vygotskij hanno ampiamente dimostrato l’importanza del linguaggio verbale sullo sviluppo dell’intelligenza.[20]

E, sempre per citare Wittgenstein[21]: ”Il pensiero è avvolto da un’aureola.  La sua essenza, la logica, rappresenta un ordine, e precisamente l’ordine a priori del mondo, vale a dire l’ordine delle possibilità che devono essere comuni al mondo e al pensiero.  Ma quest’ordine dev’essere, pare, estremamente semplice.  E’ anteriore a ogni esperienza;  deve compenetrare tutta l’esperienza e, a sua volta, non deve venir contaminato da oscurità o incertezze di natura empirica.  Dev’essere di cristallo purissimo.  Ma questo cristallo non si presenta come un’astrazione; ma come qualcosa di concreto, anzi come la cosa più concreta, per così dire, la più dura”.

Al di là del linguaggio, si crea quell’alone attorno alle parole e al di là delle parole e quello che si sente costituisce la verità, più delle parole stesse.

Augusto Schleicher[22], verso la metà dell’800, ha spiegato che nelle lingue isolanti come il cinese, in cui ogni parola è un blocco solo immutabile, le parole esprimono i significati e le posizioni delle parole, insieme al tono, esprimono i rapporti.  Nelle lingue agglutinanti (come il giapponese, in cui alle parole fondamentali si associano sillabe secondo la funzione logica delle parole stesse) le parole fondamentali esprimono i significati e le sillabe associate esprimono le relazioni.  Mentre Croce asseriva che trovare la parola adatta è questione di significato; è trovare la parola il cui significato è proprio quello che noi stiamo vivendo e quindi non si ha modo di controllare la coerenza, sarà un insieme di nomi, non sarà logo, sarà discorso bello e simpatico, non sarà discorso scientifico, il Gentile confonde la logica con la gnoseologia o con l’epistemologia.  Gli sforzi di dare una precisa definizione della lingua secondo il punto di vista linguistico si sono orientati in due direzioni.  L’una, degli strutturalisti, intende la lingua come una struttura trascendentale che regola l’uso dei suoi elementi, l’altra dei funzionalisti l’intende come un insieme di norme regolanti l’uso della parola.  Il Boole ritenne che la teoria della logica è connessa con quella del linguaggio.  L’Husserl distinse l’oggetto interno a cui si parla, dal significato che è ciò che dell’oggetto si dice e mai coincide con l’oggetto (ad es.: le due espressioni “triangolo equiangolo” e “triangolo equilatero” hanno lo stesso oggetto, ma dicono cose diverse).  Un’affermazione o negazione semplice, che cioè non comprende altre negazioni o affermazioni, può essere chiamata proposizione atomica.  Un gruppo di affermazioni o negazioni oppure di affermazioni e negazioni, può essere chiamato proposizione molecolare.  Una proposizione molecolare non è un puro aggregato di proposizioni atomiche ma è anche affermazione o negazione di esse singolarmente prese o a gruppi e a questo titolo è davvero una proposizione.  La verità o falsità di una proposizione molecolare dipende dalla verità o falsità delle proposizioni atomiche componenti e tale dipendenza si articola in varie possibilità che i logici chiamano funzioni di verità.  Per deduzione formale intendiamo, facendo un esempio dall’algebra, se è corretta la seguente uguaglianza: (a+b)² = a² + 2ab + b², saranno corrette tutte le uguaglianze che si possono avere sostituendo in tutti i casi ad a ed a b qualsiasi altra lettera o espressione algebrica, come questa uguaglianza: [(c-d)³ + b]² = (c-d)6 + 2b(c-d)³ + b², nella logica formale si procede con metodo identico.  L’analisi logica tradizionale non ammetteva più di un soggetto per ogni proposizione, mentre la logica formale odierna ammette proposizioni a più di un soggetto.  Se una proposizione implica una seconda e questa implica una terza, allora la prima implica la terza.  Una proposizione è un asserto affermativo o negativo che può essere vero o falso.  I logici chiamano il soggetto argomento della funzione e il predicato funzione dell’argomento.  Qualificando un certo numero di soggetti o individui, una funzione proposizionale li aggruppa in un insieme detto classe.  Una classe è un insieme di individui ai quali si può attribuire un dato predicato;  ossia è un insieme di individui, i quali, sostituiti uno per volta alla variabile di una funzione proposizionale (cioè posti uno per volta come suoi  argomenti), danno sempre luogo a proposizioni vere.  Ad es. “Cesare”, “Agamennone”, “Pasqualino”, “mio zio”, sostituiti a x nella seguente funzione proposizionale “x è uomo”, danno luogo a queste espressioni:  “Cesare è uomo”, “Agamennone è uomo”, ecc. che sono proposizioni vere.  Utilizzando il concetto di “classe” si possono chiarire i distinti valori logici che hanno espressioni come queste:  “Tizio è uomo” e “Tizio è un uomo”.  Nel primo esempio attribuiamo a Tizio il predicato uomo, cioè diciamo Tizio è argomento della funzione uomo, nel secondo diciamo che Tizio rientra nella classe degl’individui che possono essere argomenti della funzione uomo.  La seguente proposizione «Bruto uccise Cesare» ha due soggetti, Bruto e Cesare fra i quali passa la relazione di uccidere, attiva nel senso Bruto-Cesare e passiva nel senso Cesare-Bruto.  La seguente proposizione «Mario venne a casa a cavallo» risulta di due proposizioni atomiche delle quali una esprime una relazione tra Mario e il cavallo e l’altra una relazione fra Mario e la casa, ma le due proposizioni atomiche fanno un tutto (un prodotto logico) nella proposizione molecolare.  Se la qualificazione di un individuo ha luogo mediante una funzione, tale funzione per se stessa è qualificazione di tutti gl’individui di una classe e qualifica quell’individuo in un dato modo, proprio perché qualifica anche gli altri.  La filosofia deve essere sostituita dalla logica della scienza, cioè, dall’analisi logica dei concetti e delle proposizioni delle scienze, dato che la logica della scienza non è altro che la sintassi logica del linguaggio della scienza.  In poesia i nessi logici non sono richiesti e, se introdotti, mortificano l’espressione e ne riducono l’efficacia.  L’espressione raggiunge la sua perfezione nell’arte e l’arte in tutte le sue forme è sempre un linguaggio, ma estraneo alla logica.  Fra le varie forme dell’arte, la poesia e la prosa poetica fanno uso di parole, così come il discorso scientifico, ma ciò non deve indurre in equivoci:  sarebbe necessario convincersi una buona volta che le espressioni poetiche devono restare immuni da ogni schema logico e quindi in assoluta libertà, se si vuole che compiano bene la loro funzione.  I futuristi dicevano «Parole in libertà» ed indubbiamente è così che l’artista riesce ad esprimersi meglio, tuttavia questa libertà deve avere un suo rigore semantico e stilistico che deve essere insito nel linguaggio proprio dell’artista e quindi suo e solo in questo caso non può mortificarne la libera espressione.  Il discorso, racconto, poesia deve avere un significato, ma c’è il pericolo che possa significare qualcosa di molto diverso da ciò che si voleva esternare.  Per capire un altro è sempre necessario porsi in un atteggiamento affettivamente remissivo verso di lui, è necessario saper subire le sue idee, saper permettere che queste idee penetrino e si accomodino in noi;  bisogna sapergli ubbidire nel disporre i propri atteggiamenti coscienziali, così come richiedono le sue parole, perché queste parole abbiano per noi significato.  Il problema è pedagogico ed è chiaro che non possiamo ammazzarci l’un l’altro, ma dobbiamo far prevalere la nostra umanità educando all’amore e alla comprensione reciproca perché questo significa educare alla verità che è prodotto del dialogo e  della collaborazione reciproca.

Come affermano Richards e Ogden ne: “Il significato del significato”[23], le parole hanno una potenza in sé, difatti i simboli sono sempre stati fonte di meraviglia e di illusione.  Come asseriva Victor Hugo:  «Le mot, qu’on le sache, est un être vivant…  le mot est le verbe, et le verbe est Dieu».  Tra i primitivi si è avuta l’adorazione dei simboli.  Il linguaggio è stato considerato veicolo delle idee e delle emozioni elementari dell’umanità.  Così come diciamo che il giardiniere falcia l’erba, mentre sappiamo che è la falciatrice a effettuare in realtà il taglio, così, pur sapendo che i simboli sono in relazione diretta col pensiero, diciamo anche che i simboli registrano eventi e comunicano fatti.  Le parole non «significano» niente di per se stesse.  Solo quando chi pensa fa uso delle parole, queste tengono luogo di qualcosa, in un certo senso, possiedono un «significato».  Tra un pensiero e un simbolo intercorrono relazioni causali.  Quando parliamo, il simbolismo che impieghiamo è determinato in parte dal riferimento e in parte da fattori sociali e psicologici:  il fine per cui effettuiamo il riferimento, gli effetti previsti dei nostri simboli sulle altre persone e il nostro stesso atteggiamento.  Quando udiamo ciò che viene detto, i simboli ci inducono a compiere un atto di riferimento e al tempo stesso ad assumere un atteggiamento che sarà, a seconda delle circostanze, più o meno simile all’atto e all’atteggiamento di chi parla. Walt Whitman dice che tutte le parole sono spirituali, niente è più spirituale delle parole.  Mefistofele notava che la parola prende completamente il posto del pensiero.  Le parole possono essere adoperate come randelli o anche come pugnali.  Confucio diceva che spesso per un’unica parola, un uomo è giudicato saggio, e spesso per un’unica parola è giudicato sciocco.  Dovremmo stare davvero attenti a quel che diciamo.  Un vecchio saggio disse che non è necessario sistemare le parole in modo che potesse esserci una risposta per qualsiasi domanda, perché quel che occorre è soltanto la purezza del cuore con cui vengono pronunciate e per quello che riguarda la poesia e la prosa anche la sincerità, l’immediatezza e la forza con cui vengono espresse.

 



[1]  Imma Todisco, Armoniche, ed. Ripostes, Roma-Salerno 1995, pagg. 54, 55-57,58

[2] Tullio De Mauro, Introduzione alla semantica, ed.Laterza, Roma-Bari 1993, pag. 18

[3] Arthur Rimbaud, Opere, ed. Feltrinelli, Milano 1975, pag. 108

[4] Lucien Lévy-Bruhl, La mentalità primitiva, ed. Einaudi, Torino, 1981

[5] Lev. S. Vygotskij, Pensiero e Linguaggio a cura di Luciano Mecacci, ed. Laterza, 1998, pag. 103

[6] Lev. S. Vygotskij, op. cit. pag. 395

[7] Lev. S. Vygotskij, op. cit. pag. 339

[8] Lev. S. Vygotskij, op. cit. pag. 390

[9] Rudolf Carnap, Sintassi logica del linguaggio, ed. Silva, Milano 1961, pagg. 59, 60, 61

[10] Rudolf Carnap, La costruzione logica del mondo a cura di Emanuele Severino, ed. Fabbri, Milano 1966, pagg. 11, 12, 13     

[11] Ludwig Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus, ed. Bocca, Milano-Roma 1954,  pag. 177, prop.3.144, pag. 179, prop.3.203, pag. 271, prop. 6.232

[12] B. Russell, Misticismo e Logica, traduzione di Luca Pavolini, ed. Longanesi, Milano 1964, pagg. 81-82

[13] J.L. Austin, Saggi Filosofici, ed. Guerini e Associati, Milano, 1990, pag. 224

[14] J. Austin, Come fare cose con le parole, ed. Marietti, Genova, 1988, pagg. 7-120

[15] Rudolf Carnap, op. cit., pag. 330

[16] Ludwig Wittgenstein, op. cit., pagg. 25-26

[17] Ludwig Wittgenstein, op. cit., pag. 283

[18] Ferdinand de Saussure, Corso di linguistica generale, ed. Laterza, Bari, 1968, pagg. 25, 26, 28, 107, 108, 109

[19] Dante Alighieri, La Divina Commedia, ed. Armando Curcio, Roma, 1953, canto XIX

[20] Jean Piaget, La nascita dell’intelligenza nel bambino, ed. La Nuova Italia, Firenze, 1973

[21] Ludwig Wittgenstein, Ricerche filosofiche, ed. Einaudi, Torino 1967, pagg. 62-63

[22] Augusto Schleicher, Compendio di Grammatica Comparativa dell’antico indiano, greco ed italico, ed. Loescher, Torino e Firenze, 1869, pag. XLVI, XLVII, nota 1.

[23] Richards e Ogden, Il significato del significato, ed. Il  Saggiatore, Verona, 1966, pagg. 52 e seguenti

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